Storia

Fontamara di Ignazio Silone – Il film

Un colossal epopea dell’Abruzzo, con Michele Placido, tratto dal romanzo di Ignazio Silone Il film è stato interamente girato nella Marsica e in parte nella Valle Peligna e a Roma. Le riprese sono state girate a Pescina, patria di Silone, ad Avezzano (presso la Chiesa di San Giovanni e il Castello Orsini-Colonna) e nei borghi di Aielli Alto e Gioia Vecchio (in evidenza la chiesa di San Vincenzo). Alcune scene dei campi, oltre che nel Fucino, sono state girate nei pressi di Roccacasale. Il regista preparò per la TV una versione estesa del film che dura 205 minuti. TRAMA: Nel paese di Pescina, nel centro della Marsica abruzzese, i cafoni senza un soldo sono vittime dei soprusi del governo fascista. Tutto inizia con la deviazione del fiume cosicché i contadini non possono più irrigare i campi, perché non hanno giurato fedeltà al nuovo governo di Avezzano. Il giovane Berardo appoggia gli ideali comunisti, ma è anche un anarchico e dunque deve fuggire da Pescina, scappando a Roma; lì Berardo si forma culturalmente e conosce un coetaneo della Marsica che gli comunica che la vita al paese è insostenibile. Berardo tuttavia intende combattere ma i fascisti recano violenza alla sua famiglia, alla sua amata e alla fine lo torturano a morte.

Fontamara

Dal 1º giugno 1929 nel paese di Fontamara (nella Marsica, vicino ad Avezzano) non arriva più l’elettricità, la cui fornitura è stata interrotta perché gli abitanti del paese non pagavano le bollette. Sperando di rimediare a questa “fatalità”, ogni contadino analfabeta firma una misteriosa “carta bianca”, portata da un graduato della milizia (il cav. Pelino), la quale si scoprirà essere in realtà l’autorizzazione a togliere l’acqua per l’irrigazione per indirizzarla verso i possedimenti dell’Impresario, un imprenditore legato al regime che ha ottenuto la carica di podestà.

Scoperto l’imbroglio, le donne fontamaresi si recano a casa dell’Impresario per tentare di convincerlo a ridar loro l’acqua indispensabile per i loro campi. L’avvocato Don Circostanza si offre come mediatore di un accordo che stabilisce che «tre quarti scorrano nel nuovo letto del fiume, mentre i tre quarti del rimanente nel vecchio, cosicché ognuno abbia tre quarti»; più avanti, di fronte alla pretesa dell’Impresario di aver in usufrutto l’acqua per 50 anni, l’avvocato suggerisce di «ridurre il termine a soli 10 lustri».

Il paese è oggetto di una violenta incursione delle squadracce fasciste, inviate a Fontamara per segnalazione del cavalier Pelino, che violenta le donne e scheda ogni singolo abitante, chiedendogli brutalmente “chi evviva?” (ma nessuno tra i fontamaresi, praticamente all’oscuro dell’avvento del fascismo, “azzecca” la risposta giusta). Berardo Viola, l’uomo più forte e robusto del paese, tenta di trovare maggior fortuna fuori dal paese.

Il lavoro gli viene negato perché, in quanto fontamarese, è considerato un rivoluzionario. Muore intanto Elvira, la sua amata. Di ritorno a Fontamara, alla stazione di Roma, incontra un partigiano (l’Avezzanese), già conosciuto in Abruzzo. I due vengono arrestati per un equivoco e, nel periodo in cui sono costretti alla convivenza in cella, Berardo sviluppa una notevole maturazione politica.

Questo suo nuovo impegno morale lo porta ad autoaccusarsi di essere il “Solito Sconosciuto”, ossia un sostenitore attivo della resistenza. Torturato, Berardo subisce un’atroce morte, che sarà fatta passare per suicidio. I fontamaresi fondano il “Che fare?”, un giornale in cui denunciano i soprusi subiti e l’ingiusta morte del loro compaesano. Il regime però reprime tutto mandando una squadraccia della Milizia a Fontamara, che fa strage di abitanti.

Alcuni fontamaresi si salvano e tra loro i tre narratori della storia.

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